COVID-19. Un'influenza?

(Ultimo aggiornamento: 24 marzo 2020)

 

Virologi e infettivologi si sono accapigliati, si sono divisi tra chi diceva che la COVID-19 non è altro che un'infuenza un po' più seria e chi diceva che è molto più pericolosa.

Sappiamo tutti che una normale influenza stagionale colpisce milioni di persone e causa migliaia di morti. Ciò nonostante non si va oltre la raccomandazione del vaccino. Non si chiudono le scuole, non si chiudono negozi e imprese, non si invita la gente a restare a casa. E allora perché dovremmo comportarci così diversamente per un "qualcosa" che ha finora provocato numeri più o meno analoghi?

A me è sembrato subito evidente, ma ho dovuto constatare che per molti altri non è così. Mi sembra quindi opportuno cercare di chiarire la differenza.

L'influenza stagionale

La fonte migliore per capire meglio cos'è l'influenza stagionale è il portale EpiCentro dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS).

Lì si legge che l'influenza è una malattia respiratoria acuta provocata da quattro tipi differenti di virus, indicati con le prime quattro lettere dell'alfabeto, i più importanti dei quali sono i virus di tipo A e B. I virus influenzali si trasmettono per via aerea e colpiscono dal 4% al 15% della popolazione, cioè circa da 2.5 a 9 milioni di persone, soprattutto giovani. La fascia d'età 0-14 è quella più colpita.

I sintomi sono la febbre, spesso superiore a 38°, tosse secca, dolori ossei e muscolari, mal di testa, spossatezza, mal di gola, naso che cola. La maggior parte delle persone guarisce entro una settimana senza richiedere cure mediche. Possono però intervenire complicazioni, la più comune delle quali è un'infezione batterica a carico dell'apparato respiratorio, che da bronchite può aggravarsi fino a diventare polmonite, oppure dell'orecchio o dell'apparato cardiovascolare (miocardite) o anche del sistema nervoso. Si può anche avere l'aggravamento di malattie preesistenti, come il diabete. Complicazioni meno comuni dell’influenza sono tonsillite, otite, sinusite, convulsioni (nel bambino con febbre alta), meningite, encefalite. Più della metà dei casi complicati si registrano in soggetti di età superiore ai 65 anni.

I pazienti che accusano dolori al petto, mancanza di respiro o difficoltà di respirazione, o tosse con sangue, possono essere assistiti con una terapia farmacologica che attenui i sintomi e li aiuti a recuperare più rapidamente. Da notare che nella pagina da cui queste informazioni sono tratte non si fa alcuna menzione di SARI (grave infezione respiratoria scuta) o di ARDS (sindrome da distress respiratorio acuto), né della conseguente necessità di ricovero in terapia intensiva, probabilmente perché si tratta di complicazioni gravi ma, come vedremo, poco frequenti.

I sistemi di sorveglianza

Sono stati attivati diversi sistemi di sorveglianza per rilevare tutti gli aspetti dell'influenza, dai soggetti che non hanno bisogno di rivolgersi al sistema sanitario a quelli che invece si aggravano al punto da richiedere il ricovero in terapia intensiva. Su sito di EpiCentro si possono leggere i principi metodologici della sorveglianza, che si articola in cinque sistemi.

InfluNet raccoglie le segnalazioni di circa 1000 medici e pediatri e consente di stimare la settimana di inizio, la durata e l'intensità dell'epidemia influenzale. Il sistema è affiancato da InfluNet-Vir, che raccoglie i campioni inviati da medici, pediatri e ospedali per individuare tipi e sottotipi dei virus in circolazione.

InfluWeb si basa sulle segnalazioni di cittadini volontari, che consentono di valutare quante persone accusano una sindrome influenzale ma non si rivolgono al sistema sanitario.

Il Sismg, Sistema di sorveglianza mortalità giornaliera, raccoglie i dati trasmessi dalle anagrafi di 34 città circa il numero dei decessi totali (non solo per influenza) e ha lo scopo di rilevare andamenti diversi rispetto alla media dei cinque anni precedenti.

Il monitoraggio dei casi gravi censisce le forme gravi e complicate di influenza confermata in laboratorio nei pazienti ricoverati in terapia intensiva. Il monitoraggio è stato attivato dal Ministero della Salute nel 2009 (Circolare 19/11/2009) e disciplinato poi di anno in anno (dalla Circolare 26/11/2009 alla Circolare 4/12/2019). Da notare che la definizione di "forme gravi e complicate di influenza confermata" è: SARI (grave infezione respiratoria acuta) o ARDS (sindrome da distress respiratorio acuto) in pazienti ricoverati in terapia intensiva o sottoposti a ECMO (ossigenazione extracorporea a membrana) e positivi a un virus influenzale. Il test sulla presenza del virus è obbligatorio per tutti i ricoverati con SARI o ARDS.

La diffusione dell'influenza

Stando al sistema InfluNet, negli ultimi anni si sono avuti 8.7 milioni di casi di influenza nel 2017-2018, 8.1 milioni nel 2018-2019, 6.9 milioni nel 2019-20 (al 15 marzo).

La mortalità

È questo il dato più incerto. Il sistema Sismg rileva giorno dopo giorno il numero totale dei morti, quale che sia la causa (non solo influenza), e può essere utilizzato solo per rilevare eventuali scostamenti dalla media dei cinque anni precedenti.

Come spiega EpiCentro, l’Istat ogni anno codifica tutti i certificati di morte, compresa l’influenza, e ne attribuisce la causa principale, un processo che richiede due anni di tempo. Su questa base, i dati Istat ci dicono che i decessi per influenza sono ogni anno qualche centinaio.

Spesso però l'influenza aggrava le condizioni già compromesse di pazienti affetti da altre patologie. In questi casi spesso il virus non viene identificato o perché non ricercato, o perché il decesso viene attribuito a polmoniti generiche. Tenendo conto di tale aspetto, alcuni studi attribuiscono mediamente 8000 morti all'anno all'influenza e alle sue complicanze. Ricordo che le complicanze dell'influenza possono essere di vario tipo: bronchiti e polmoniti batteriche, miocarditi, meningiti, encefaliti ecc.

Casi gravi

Non sono casi genericamente gravi, ma sono i casi in cui il paziente viene ricoverato per SARI o ARDS, viene sottoposto a terapia intensiva o ECMO e risulta positivo a un tipo/sottotipo di virus influenzale. Casi simili devono essere segnalati tempestivamente al Ministero della Salute e all'ISS (Circolare 4/12/2019). Si tratta quindi di dati certi, non stimati.

Ecco i casi gravi segnalati negli ultimi anni:

Stagione Sindromi influenzali Casi gravi % di cui deceduti
2017-20188 677 0007640.009%173
2018-20198 104 0008120.010%205
2019-2020 (al 15/3)6 953 0001640.002%33

Ho aggiunto il numero delle sindromi influenzali e la percentuale rispetto ad esse dei casi gravi. Il motivo dovrebbe essere evidente, ma ci arrivo tra un attimo.

La COVID-19

Si sa ancora troppo poco del virus SARS-CoV-2, ma sembra ormai chiaro che:

  • è molto contagioso;
  • la maggioranza dei contagiati non accusa alcun disturbo;
  • contrariamente a quanto si credeva inizialmente, anche i numerosi asintomatici possono diffondere il contagio;
  • i problemi respiratori che può provocare nei casi gravi (quelli che necessitano di terapia intensiva) non hanno niente a che vedere con le polmoniti batteriche indotte dall'influenza, ma si verificano perché il virus arriva direttamente agli alveoli polmonari, che così non riescono più a scambiare anidride carbonica e ossigeno (ipossiemia); non sono una "complicanza", ma una specifica strategia d'attacco del virus.
Monitoraggio

La diffusione dei dati relativi alla COVID-19 è affidata dalla Protezione Civile, che diffonde comunicati stampa giornalieri e tiene aggiornato dal 24 febbraio un sito con file di dati.

I dati diffusi dalla Protezione Civile contengono le seguenti informazioni per tutta Italia, per le regioni e per le province:

  1. ricoverati con sintomi
  2. ricoverati in terapia intensiva
  3. totale ospedalizzati (ricoverati con sintomi \(+\) terapia intensiva)
  4. persone in isolamento domiciliare
  5. totale attualmente positivi (ospedalizzati \(+\) in isolamento domiciliare)
  6. nuovi attualmente positivi (totale positivi \(-\) totale positivi del giorno precedente)
  7. dimessi e guariti
  8. deceduti
  9. totale casi (totale attualmente positivi \(+\) dimessi e guariti \(+\) deceduti)
  10. tamponi
Ad esempio, al 24 marzo si avevano 69176 casi totali, di cui 54030 positivi, 8326 dimessi/guariti e 6820 deceduti. I 54030 positivi erano a loro volta composti da 25333 ospedalizzati (di cui 3396 in terapia intensiva) e 28697 in isolamento domiciliare.

Purtroppo non viene detto quanti dei dimessi/guariti e dei deceduti provengono dai ricoverati con sintomi, dalle terapie intensive o dall'isolamento domiciliare. Ne segue che, mentre il numero dei deceduti è il numero totale di tutte le persone decedute fino al 24 marzo, non si può calcolare quante sono state in totale le persone ricoverate in terapia intensiva. Il numero dei ricoverati in terapia intensiva è infatti una parte del totale attualmente positivi, è cioè al netto di quelli che positivi non sono più, perché guariti o deceduti. In altri termini, se al 24 marzo c'erano 3396 persone in terapia intensiva, 3396 è minore del totale delle persone che hanno avuto bisogno del ricovero in terapia intensiva. Sarà bene ricordarlo.

La diffusione del contagio

Sappiamo tutti che il numero effettivo dei contagiati è molto più alto di quel totale casi 69176, per il semplice motivo che moltissimi contagiati non accusano alcun malessere e non presentano alcun sintomo, non sono né ospedalizzati né in isolamento domiciliare.

In una intervista a Repubblica del 23 marzo Borrelli, il capo della Protezione Civile, ha in effetti riconosciuto che i contagiati potrebbero essere dieci volte di più. Quei 69176 potrebbero quindi essere la punta di un iceberg di circa 700000 contagiati.

La mortalità

Nei comunicati della Protezione Civile si ricorda ogni volta, correttamente, che il numero dei deceduti «potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso». Sappiamo ormai tutti che muoiono soprattutto persone anziane, spesso con altre patologie, ed è quindi possibile che le vittime effettive della COVID-19 siano un po' meno di quelle divulgate ogni giorno.

È importante? Sul piano umano moltissimo. Anche sul piano logistico, visto che in Lombardia cimiteri e forni crematori sono al limite. Dal punto di vista di un confronto tra influenza e COVID-19, però, importa ben poco perché il vero problema è un altro.

Casi gravi

Al 24 marzo si contavano 3396 ricoverati in terapia intensiva e 15146 dimessi/guariti o deceduti. Non si sa quanti dei dimessi/guariti e deceduti provengano dalla terapia intensiva e quindi, anche se appare ragionevole pensare che siano migliaia, anche se è probabile che il numero totale dei ricoveri in terapia intensiva, dal "paziente uno" in poi, sia almeno doppio del numero dei ricoverati al 24 marzo, userò il numero 3396.

Quanti siano i contagiati nessuno lo sa. Usando una stima à la Borrelli, assumiamo che siano 700000: \[\frac{3396}{700000}=0.49\%\]Adesso confrontate questa percentuale con la più alta nella tabella dei casi gravi di influenza: 0.49% è circa cinquanta volte la percentuale di casi gravi nell'influenza 2018-2019.

La percentuale dei contagiati COVID-19 che richiedono la terapia intensiva è cinquanta volte la percentuale delle sindromi influenzali che la richiedono.

Vi sembra troppo? E allora supponiamo che i contagiati veri siano tanti quanti gli influenzati del 2018-2019:\[\frac{3396}{8104000}=0.042\%\]Si potrebbe anche calcolare, più semplicemente, che 3396 è più del quadruplo di 812. E questo rimane vero quale che sia il numero dei contagiati.

In un solo mese la COVID-19 ha prodotto un numero di ricoveri in terapia intensiva che è quattro volte il numero dei ricoveri censiti nei sette mesi dell'influenza 2018-2019.

Il tutto supponendo che i ricoveri totali in terapia intensiva siano 3396, mentre sono sicuramente molti di più.

La differenza

È inutile girarci intorno. La differenza tra la normale influenza e la COVID-19 è tutta qui: la COVID-19 produce un flusso di malati in terapia intensiva senza precedenti, molto più pesante di quanto si osserva durante l'influenza stagionale.

E se i reparti di terapia intensiva collassano, se non sono più in grado di assistere adeguatamente i malati COVID-19 e gli altri pazienti che ne avrebbero bisogno, il numero dei morti aumenta. Non si muore perché la COVID-19 è letale in sé, si muore perché medici e infermieri, nonostante un'estrema dedizione, non riescono a curare.